RAFFAELE DI VAIA

VICOLO CIECO 

 

Pensai a un labirinto di labirinti, a un labirinto sinuoso e crescente che abbracciasse il passato e l’avvenire, e che implicasse in qualche modo anche gli astri. Assorto in queste immagini illusorie, dimenticai il mio destino di uomo inseguito. Mi sentii, per un tempo indeterminato, percettore astratto del mondo (J. L. Borges). 

 

Labirinto, trappola, fuga, circuito chiuso, confine, circolarità… sono soltanto alcune delle possibili suggestioni, sia visive sia metaforiche, che ricorrono in alcuni recenti lavori realizzati da Raffaele Di Vaia; opere che, attraverso una continua oscillazione tra la pratica del disegno e quella del video, tracciano un filo ambiguo e sottile teso a legare in un intreccio senza inizio né fine, i ruoli di artista e spettatore, inseguitore e fuggitivo, cacciatore e preda.

In questo gioco di specchi, il titolo Vicolo cieco interpreta i dispositivi linguistici creati dall’artista nei termini di percorsi-trappole che, negando ogni pretesa di oggettività, evocano allusivamente una continua erranza e quindi la necessità di costruire di volta in volta nuovi, ma pur sempre relativi, “punti di vista” tanto per il loro artefice quanto per i potenziali fruitori.  

La serie Angeli (2014) si compone di tre grandi rotoli di carta calati dal soffitto sino al pavimento in differenti punti dello spazio espositivo, lasciando un sottile vuoto interstiziale tra questi supporti e la parete. Su ciascuna di queste (ragna)tele, Di Vaia ha proiettato e trascritto graficamente i successivi fotogrammi di un video che riprende un ragno all’azione durante la cattura di una preda. Questo lento, meticoloso e ripetuto processo per via di stratificazioni grafiche, si sovrappone così alla tattica di caccia dell’animale predatore, restituendo la pratica disegnativa nei termini di una continua tensione verso la cattura dell’immagine-preda. Il groviglio di segni che s’intersecano sul supporto cartaceo, comunica così l’impossibilità di raggiungere una rappresentazione univoca e consolidata, a favore di una sua frammentazione e moltiplicazione in visioni sfuggenti e transitorie.

Questa tacita presa di coscienza, al contempo mentale e operativa, dell’impossibilità di fare appello a visioni definitive e totalizzanti, riemerge in un’altra serie grafica esposta in mostra ed intitolata Tentativi (2013). Il “circuito chiuso” evocato nel precedente lavoro dalla presenza-assenza della ragnatela, prende forma qui su un elementare foglio A4 quadrettato. Attraverso questa griglia, insieme finito e apparentemente “dominabile”, Di Vaia cerca di ripercorrere graficamente l’intera superficie cartacea, solcando e annerendo un tragitto continuo suggerito dalla sua quadrettatura. Una sorta di gioco-rompicapo che finisce per assumere le sembianze di un tracciato dedalico, pieno di cul de sac e possibili depistaggi, simbolizzando le continue e necessarie “derive” del pensiero artistico e, più in generale, di qualsiasi atto intellettivo umano. Una prossimità visiva e metaforica, quella che lega i Tentativi all’iconografia labirintica, accentuata dalla scelta di esporre in mostra questi disegni attraverso una disposizione orizzontale su piedistalli posti al centro della sala, invitando lo spettatore a girare intorno ad essi ed eliminando così ogni possibile orientamento direzionale per decifrarne l’intima trama.

Il fuggitivo (2013), opera costituita da numerosissime tavolette di colore scuro parzialmente lavorate a grafite, propone attraverso inedite suggestioni visive una riflessione sulla circolarità dello sguardo e sul disegno che si fa strumento di un’incessante riscrittura di processi cognitivi e mnemonici. Una riflessione rafforzata qui dalla scelta di allestire i vari segmenti che compongono l’opera seguendo una scansione serrata e continua sulle pareti della sala, quasi a rievocare l’immagine del nastro di una pellicola che si srotola davanti agli occhi dello spettatore, per poi riavvolgersi su se stesso. L’opera nasce difatti, al pari della serie Angeli, da una “matrice” video, frammentata e fissata attraverso il disegno fotogramma dopo fotogramma, dove le immagini si rivelano in maniera quasi impercettibile attraverso un gioco di “dissolvenze” basato sul lieve contrasto tra la lucentezza della grafite e l’opacità del supporto. Si tratta di istantanee che tentano di catturare e riscrivere momenti successivi di una peregrinazione dell’artista nel proprio ambiente domestico – tema ricorrente nella ricerca di Di Vaia –, affidando all’insistente ma al contempo ineffabile tratto grafico la volontà di comunicare la dimensione temporale della memoria e delle sue possibili distorsioni.

Infine, i nove video che compongono l’opera Sonni (2007), seppur realizzati alcuni anni prima rispetto agli altri lavori in mostra, sembrano riannodare a ritroso i fili della recente ricerca dell’artista. In questo incessante susseguirsi di micro-sonni, tesi a restituire visivamente quel momento breve, intenso e al contempo destabilizzante, che si frappone tra l’addormentamento e il risveglio, lo spettatore si ritrova immerso – al pari dell’artista che li ha pensati e agiti in prima persona – all’interno di una claustrofobica e solipsistica fuga domestica dominata dai toni scuri del grigio e del nero. La tecnica di ripresa a infrarossi, impiegata per le inquadrature “in soggettiva” degli intervalli onirici, oltre ad accentuare il carattere opprimente e allucinatorio di questi ultimi, sgrana i contorni degli elementi appena riconoscibili (quali maniglie, scale, porte…) su cui si posa fugacemente l’occhio in cerca di un possibile orientamento visivo. L’effetto sfocato e sfuggente delle immagini, che prefigura una stretta correlazione con le successive opere grafiche dell’artista, appare indirizzata a sconfessare la trascrizione verosimigliante e oggettiva della realtà da parte del medium filmico, nel tentativo di fare di quest’ultimo, al pari del disegno, uno strumento attraverso cui addentrarsi nei meandri della mente.  

Alessandra Acocella