RAFFAELE DI VAIA

Venere (serie)

2014

Disegno, grafite su carta Canson 

Dimensioni variabili

[…] Un mio sogno ricorrente da ragazza, forse rivelatore della mia vanità o di qualche complesso che non amerei investigare, era di trovarmi tra la gente, cercare di parlarci ma non esserne ascoltata. Anzi di esserne completamente ignorata, come se non esistessi. Mi intromettevo in conversazioni, correggevo affermazioni contraddittorie, alla fine urlavo, ma tutti sembravano non accorgersi della mia presenza. Cambiando strategia, provavo a soffiare su una spalla, avevo a volte la sensazione di destare un leggero fremito o un istintivo ritrarsi; ma la ripetizione dell'operazione non andava a buon fine.

Così al mio risveglio ero inquieta e l'incontro con i miei genitori distratti confermava la mia non esistenza.                                               Allora, prima di entrare nel campo visivo della toletta specchiante degli anni '70, trattenevo il respiro e poi improvvisamente, ci balzavo di fronte per vedere se, colto di sorpresa, almeno lo specchio si accorgesse di me.

Ed eccola, per fortuna, la mia immagine riflessa! Mi abbassavo, mi voltavo, per poi rigirarmi di scatto. Era sempre lì... il diavolo non mi aveva portato via.

A tutto questo ho associato Venere (2010 – 2011), la serie di frottage a grafite su carta nerissima, di Raffaele Di Vaia, sin dal primo momento, quando nello studio dell’artista mi si è imposta allo sguardo: subito mi ha parlato di perdizione e di morte, perché, per evidente che sia la funzione degli specchi ritratti, essi la negano, pur simulandola, registrando solo un’ombra – senza dettagli e colori – dell’umano passaggio.

Venere è l'evolversi e al contempo il ritorno di opere precedenti dell’artista, indissolubilmente legate ad uno schema o ad un disegno, dove gli elementi variabili forniscono, come in un film di David Lynch, illusive chiavi di lettura e illusorie vie d'uscita. Raffaele di Vaia reitera temi ed oggetti topici: qui lo specchio (in cui la madre ancora bambina, si rimirava e veniva ammonita) che l’insistenza del frottage finirà per distruggere: un processo ossessivo ma necessario per il finale possesso dell’oggetto del desiderio e il controllo sulla bellezza. […]

Lucia Giardino 

(dal testo critico della mostra THE SUMMER ISSUE, F_AIR Florence, Firenze, 2011)