RAFFAELE DI VAIA

Venere 

2010

Disegno, grafite su carta Canson 

250 x 152 cm

[…] I diversi legami che intercorrono tra le creazioni presentate all’interno di questa personale potrebbero essere sintetizzati con la  frase  “Vanitas vanitatum et omnia vanitas” (vanità delle vanità, tutto è vanità) conclusione dei dodici capitoli del libro del Qoelet che, sviscerata da una visione evangelica, ci proietta nella dimensione nichilista di una relazione mentale esclusivamente umana. L’immagine che si avvolge di un afflato ammaliante diventa tanto più accattivante quanto più siamo nascosti nel momento in cui essa viene osservata.

Ed è proprio ciò che accade in Venere, dove un lento movimento di macchina si avvicina ad uno specchio, simbolo per antonomasia della “vanitas” e della caducità della materia e all’interno del quale si scorge una figura demoniaca.

La carrellata si conclude o meglio sprofonda all’interno di una visione video fluttuante, contemporaneamente alla chiusura del sottofondo musicale che accompagna l’opera, ovvero un brano tratto da un’area de “La Norma” di Bellini ( ancora una volta un anticlimax che racconta come l’amore di Pollione per una donna  si trasformi inevitabilmente in dramma). Venere emblema della fascinazione ci conduce ad un significato del termine bellezza tout-court , in cui tutte le accezioni della parola vengono a ricongiungersi. Venere infatti è anche il nome della stella del mattino e possiede  un forte legame con Lucifero ovvero colui che porta la luce per la tradizione latina ma anche divinità del fulgore secondo il paganesimo. Stesso legame anche nei confronti della tradizione giudaico-cristiana, nella quale Lucifero risulta essere l’angelo più bello che ha voluto sfidare Dio, credendosi migliore del Creatore e che per questo suo atto di vanità è stato di contrappasso cacciato dal paradiso e imprigionato al centro della Terra. […]

Francesco Funghi 

(dal testo critico della mostra Omnia vanitas, Studio Chimera, Vinci, 2009)