RAFFAELE DI VAIA

Omnia vanitas

 

Un moto discendente dall’alto verso il basso, collima con la lasciva gratificazione che si prova quando la forma aggredisce la sostanza, diventando un tutt’uno con la personale e umana sete di soddisfare bisogni vani. Come anticlimax la caducità si pone come raggiungimento di un traguardo nell’atto in cui la vanitas rende visibile il proprio costrutto, all’interno del quale non trova posto la pietas. Venendo focalizzata la ragione da un punto di vista del tutto comportamentale degli atteggiamenti adulanti, da noi verso di noi e verso gli altri, probabilmente in essi avviene un osmosi che dalla vanità potrebbe condurre al concetto di vanitas.

Questo movimento calante viene proposto in Vello, titolo del video in cui anelidi posti all’interno di una fessura, metafora dell’organo genitale femminile però non più visto come emblema della generatrice di vita ma mero buco dal quale non si riesce più ad uscire, declama il momento in cui la carne declina tutta la sua virtù nei confronti di una evasione del tutto materiale. La bellezza sublime della genitrice, ostentando la propria carnalità, diventa “memento mori” che  trasforma la madre nel simbolo della donna fatale, similmente a quello che accade nella trama del film “Prénom Carmen” di Jean-Luc Godard, o nella narrazione della pellicola di David Lynch, intitolata “Blue Velvet”. Quest’ultimo racconta di una donna che trascina il protagonista Jeffrey nell’antro di una spirale di dolore che iniziata immediatamente dopo il loro primo incontro, avvenuto all’interno della stanza dalle tende rosse.

Questo colore si ripresenta anche nel video presentato dall’artista Raffaele Di Vaia che da questo film ha tratto  ispirazione. Oblio che termina in un lieto fine deviante; anche  Jeffrey non esce dalla trama di Lynch come eroe privo di macchia  ma si sporcato da un atteggiamento con il quale cerca di soddisfare un bisogno voyeuristico nei confronti di ciò che risulta ferale. Stessa possibile relazione che si pone tra Vello e colui che ne fruisce e che si verrà a trovare in una dimensione di inerte complicità.

I diversi legami che intercorrono  tra le creazioni presentate all’interno di questa personale potrebbero essere sintetizzati  con la  frase  “Vanitas vanitatum et omnia vanitas” (vanità delle vanità, tutto è vanità) conclusione dei dodici capitoli del libro del Qoelet che, sviscerata da una visione evangelica, ci proietta nella dimensione nichilista di una  relazione mentale esclusivamente umana. L’immagine che si avvolge di un afflato ammaliante diventa tanto più accattivante quanto più siamo nascosti nel momento in cui essa viene osservata.

Ed è proprio ciò che accade in Venere, dove un lento movimento di macchina si avvicina ad uno specchio, simbolo per antonomasia della “vanitas” e della caducità della materia e all’interno del quale si scorge una figura demoniaca.

La carrellata si conclude o meglio sprofonda all’interno di una visione video fluttuante, contemporaneamente alla chiusura del sottofondo musicale che accompagna l’opera, ovvero un brano tratto da un’area de “La Norma” di Bellini ( ancora una volta  un anticlimax che racconta come l’amore di Pollione per una donna  si trasformi inevitabilmente in dramma). Venere emblema della fascinazione ci conduce ad un significato del termine bellezza tout-court , in cui tutte le accezioni della parola vengono a ricongiungersi. Venere infatti è anche il nome della stella del mattino e possiede  un forte legame con Lucifero ovvero colui che porta la luce per la tradizione latina ma anche divinità del fulgore secondo il paganesimo. Stesso legame anche nei confronti della tradizione giudaico-cristiana, nella quale Lucifero risulta essere l’angelo più bello che ha voluto sfidare Dio, credendosi migliore del Creatore e che per questo suo atto di vanità è stato di contrappasso cacciato dal paradiso e imprigionato al centro della Terra.

L’espressione di questo sentimento introduce anche l’opera Video intitolata Faustine: una stratificazione d’immagini a camera fissa con commento musicale di Schubert, racconta l’incontro di due donne di età differente, l’una come specchio dell’altra. Il significante della creazione porta in seno una volontà di richiamare le tematiche poste all’interno del romanzo “L’invenzione di Morel” di Adolfo Bioy Casares. Scorrendo la narrazione del testo si arriva a intendere che il protagonista, un fuggitivo, si innamora di una donna, che attraverso l’invenzione di Morel, non ha più una concretezza fisica ma è solo immagine  che si ripete ogni volta che il macchinario si mette in moto, come se fosse una sorta di allucinazione che vive nei medesimi ambienti abitati dallo stesso fuggiasco. Faustine, la donna oggetto del desiderio del protagonista, chiaramente interagisce con gli altri personaggi a loro volta proiezioni, ma non con l’innamorato. L’amore per l’immagine è talmente forte da spingere l’uomo a farsi investire dal raggio dell’invenzione, conscio che andrà verso la morte, visto che nello svolgersi della trama, capisce che gli individui sottoposti a tele macchinario, dopo poco sarebbero deceduti. Qui la vanità tocca il livello più alto perché l’amore per una meta-rappresentazione, si trasforma in memento mori. A differenza di, Vello, in Faustine non esistono aspetti ferali, ma bensì l’attrazione quale momento sublime dell’essere umano, che lo conduce inevitabilmente ad annientare se stesso nella ripetizione dell’immagine, come se d’un tratto l’Eros e il Thanatos diventassero l’uno il riflesso dell’altro.

La prassi per la realizzazione di questi impianti poetico- estetici è solitamente di tipo distaccato, non essendoci mai coinvolgimento da parte dell’artista. Per questo la visione resta sempre disillusa lasciando ingiudicata la discussione, concependo la vanità come condotta del tutto umana e per la quale tutti ne potrebbero essere coinvolti. Questo è il modo in cui opera Raffaele Di Vaia visto anche l’analisi di opere precedenti a queste, nelle quali si instaura sempre una volontà di costruire modelli in cui non si incontra mai una visione univoca, ma ogni elemento viene pensato come fosse un Giano bifronte non essendoci mai una distinzione netta del ciò che è e di ciò che appare. Questa genesi dei lavori produce una possibilità di conferirgli più chiavi di lettura e  più versioni interpretative. Nonostante l’output sia regolato da questo senso di distaccato relativismo, l’input che parte dall’artista è profondamente insito nelle proprie esperienze emotive, di fatti le creazioni escono, o meglio evadono, da un circuito chiuso in cui destinatore e destinatario, per usare termini cari a Gérard Genette, sono solo e soltanto l’artista che agisce tra se e con se, tramite linguaggi non verbali esempio, l’uso dei gesti e dello spazio.

 

Francesco Funghi 

 

Raffaele Di Vaia - Omnia Vanitas

a cura di Francesco Funghi

dal 19 dicembre 2009 al 17 gennaio 2010

Studio Chimera, Vinci

www.studiochimera.it